1640, “U Megu” e il carnevale macabro e osceno di Genova
Domani è il primo giorno di Carnevale, una festa che risale a tempi antichissimi nei paesi a tradizione cattolica. Il termine deriverebbe dal latino “Carnem levare” in riferimento al banchetto del Martedì Grasso, l’ultimo giorno di festa che precede il periodo di Quaresima. Genova nel suo lontano passato ha avuto una tradizione non dissimile da quella di Venezia, in certi casi l’eccesso e l’oscenità delle manifestazioni costrinse le autorità dell’epoca, quelle laiche e quelle religiose, a punire severamente i trasgressori. Potevamo raccontare un pezzo di storia come tante altre volte ma essendo carnevale abbiamo pensato a una piccola bizzarria, far finta di esserci e calarci insieme nel carnevale del 1640 in una Genova appena martoriata dalla peste e che ne sarebbe stata ancora vittima una quindicina di anni più tardi. Addentriamoci, quindi, insieme, nell’ultima notte di carnevale Anno Domini 1640.
Genova, carnevale del 1640. Le piccole viuzze che da via Aurea scendono verso il porto sono illuminate da decine di candele che gli abitanti hanno acceso fuori dalle finestre o sui balconi. Nell’aria corrono melodie di strumenti a fiato, pifferi, intorno ai falò accesi nella miriade di piazzette del centro uomini e donne danzano antichi balli provenzali. Se passate nelle strade meno illuminate non è difficile incrociare uomini e donne impegnati in focose pratiche amorose, mentre nelle piazze più grandi una folla di persone mascherate, fogge appariscenti e grottesche, costumi osceni e mascherine ammiccanti vi vengono incontro, oppure passano noncuranti immergendosi nel buio dei vicoli. Più che un carnevale, è un sabba.
Attorno a un falò a Banchi un gruppo di maschere bianche e inespressive, avvolte nei loro “domini” neri, confabulano cercando conforto al calore delle fiamme. Dicono di stare in guardia da loro. Sotto ai mantelli nascondono coltelli e lunghi artigli per derubare e violentare le loro vittime, a volte per ucciderle.
Non c’è una guardia in giro e neppure un prete. Questi ultimi stanno ben trincerati dentro i loro conventi non è una notte per loro, questa. Un gruppo di persone un po’ più in là, rischiarano con le torce due maschere che cantano e si cambiano oscene battute. Lui è il “Paisan” e lei e “Nena”: dime un po’ comme son faete/ quelle cose ch’ei in sen” (dimmi come son fatte quelle cose che hai nel seno)… dime un po’, voi bello zueno,/comme l’ei o..berettin” (ditemi un po’ voi, bel giovane, come avete il… berrettino).
Sono vestiti in abiti popolari, lui ha un’imbottitura inverosimile sulle parti intime che lo rendono grottesco e ridicolo le una scollatura vertiginosa, nonostante il freddo pungente. In piazza delle Fontane Marose, c’è il bello della festa, qui ci sono anche i signori che ballano e maschere più ricche. Nugoli di bambini tirano pietre e frutta marcia ai malcapitati che passano. I ricconi sono in cerca di avventure, alcuni di loro con delle prostitute danzano il “ballo del bastone”. L’inquisizione, un secolo prima, ha decretato che si tratta di una pratica per “homini immorali e bagasce”. Una volta tanto, l’inquisizione ha ragione. I pifferi intonano la “rionda” e “le gighe” e tutti iniziano a ballare forsennatamente insieme, signori e puttane, nobildonne e avanzi di galera. Questa è l’ultima notte di carnevale, tutto è lecito. Fiumi di torce accese ridiscendono Monte Albano e dalla Porta dell’Olivella.
Arriva altra gente, maschere variopinte, schiamazzi e urla, sino a quando all’improvviso la folla ammutolisce. Un brivido la percorre, di orrore e piacere, arriva la padrona di quel Carnevale, la regina, o meglio, il re: “U megu”. E’ avvolto nel “domino” nero, con un tricorno in testa e la maschera da cerusico, quella con il lungo becco sporgente per non aspirare la il morbo della peste. Intorno a lui come fuoriusciti dall’inferno o anche, più facilmente, dalle fosse comuni non distanti, raccapriccianti maschere di morte. “U megu” (il dottore) brandisce un enorme siringa o forse un clistere. Un uomo orribilmente camuffato da donna, lo schernisce volgarmente, “U megu” lo fa inseguire dai suoi orrendi scagnozzi e oscenamente finge di operarlo con i suoi attrezzi. Forse, non finge neanche.
Passa la voce che si avvicina il corso mascherato che è partito dalla spianata del Bisagno ed è diretto in piazza Acquaverde. Una sfilata di cocchi variopinti da dove dame e cicisbei lanciano uova piene di acqua profumata. Dal popolo si risponde con scariche di farina, uova marce e frutta andata a male. I monelli (veri propri teppisti) tirano pietre. Per questo potrebbero finire anche loro a Malapaga. Alle prime luci dell’alba, intorno ai falò quasi spenti, si attardano ubriachi e prostitute alla ricerca di ancora di un po’ di calore. Alcuni dormono agli angoli delle strade. Forse non dormono, sono morti ammazzati. La festa è finita oggi è già Quaresima.


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